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Non solo terapie tradizionali Stampa E-mail

Pubblicato il 2 dicembre 2008

D. Ho letto e sentito che in alcuni Centri di riabilitazione si praticano terapie particolari, non proposte in modo costante in tutti gli ospedali (arte-terapia, musico-terapia, ippo-terapia, attività sportive adattate per disabili). Potrebbe dirmi se e quando sono utili, o indispensabili, per un paziente come mio figlio, che ha avuto, a 19 anni, un trauma cranico grave?

R. Le tecniche riabilitative tradizionali sono volte a prevenire i danni secondari all’inattività, a promuovere il contenimento delle menomazioni conseguenti al danno cerebrale e a recuperare il miglior grado di autonomia funzionale compatibile con la gravità della malattia iniziale. Queste procedure riabilitative sono fondamentali e costituiscono lo strumento terapeutico prevalente nella fase post-acuta precoce di riabilitazione intensiva, che segue immediatamente  l’esordio del trauma cranico e delle malattie cerebrali. Quando si entra in una fase post-acuta tardiva è esperienza comune dei pazienti e dei loro familiari, come anche dei riabilitatori, che i primi obiettivi (stabilizzazione delle condizioni generali, recupero delle autonomie di base e della capacità di autogestione per le attività più semplici della vita quotidiana) non sempre sono pienamente raggiunti, ma quand’anche si sia ottenuto il risultato atteso restano aperti e urgenti molti altri bisogni più complessi, in cui sono prevalentemente chiamate in gioco competenze cognitive, comportamentali,capacità di comportamenti socialmente adeguati, capacità di progettare  e svolgere in autonomia attività elaborate. Le terapie a cui lei fa cenno sono state introdotte, spesso in via sperimentale, con il doppio obiettivo : a) di offrire nuove esperienze motorie e psicomotorie che fossero più accettate dai Pazienti più gravi per la loro valenza maggiormente ludica, al fine di aumentare la loro tolleranza e partecipazione a trattamenti riabilitativi spesso lunghi e avari di risultati (come ad esempio l’ippoterapia); b) di porre il paziente in setting riabilitativi più complessi ed ecologici (ovvero vicini alla vita concreta) in cui, tra l’altro,  sono chiamati a svolgere attività in gruppo, in situazioni cioè in cui devono saper gestire relazioni tra pari e con figure esterne. Esistono molte esperienze in questo settore, prevalentemente nel mondo anglosassone e riteniamo che siano un’ulteriore strumento terapeutico impiegabile per facilitare la piena restituzione dei nostri pazienti al loro ambiente naturale di vita.

 
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